Parafrasi canto 41 Orlando Furioso
Parafrasi canto 41 del poema Orlando Furioso
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Parafrasi del Canto 41 (XL) del poema Orlando Furioso - Orlando ritrova la nave abbandonata da Ruggiero nella tempesta e si spartisce con Oliviero e Brandimarte le armi di costui. I tre si recano quindi sull'isola di Lampedusa e, dopo che Brandimarte ha tentato invano di convincere Agramante a convertirsi, inziano lo scontro finale con il re pagano, re Sobrino e re Gradasso.
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Oh ingannevole pensiero degli uomini!
La nave che doveva rimanere distrutta rimase invece intatta, si salvò,
dopo che il capitano ed i marinai l'avevano
lasciata andare via senza nessuno che la governasse.
Sembrò che il vento avesse cambiato le sue intenzioni,
dopo che ebbe visto ogni uomo scappare:
fece infatti in modo che la nave si indirizzasse verso una via
sicura, non toccò neanche la terra, ma scivolò lungo acque sicure.
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E mentre prima aveva tenuto con il timoniere una via incerta,
dopo che non lo ebbe più, andò dritta spedita verso l'Africa,
ed andò a finire nei pressi di Biserta
a due o tre miglia di distanza, verso est, verso l'Egitto;
e nella spiaggia deserta e spoglia
rimase insabbiata, essendo venuto a mancare il vento ed anche l'acqua.
Giunse in quel momento nello stesso posto, mentre stava camminando,
come vi ho raccontato prima, il paladino Orlando.
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E desideroso di sapere se la nave
fosse priva di equipaggio, e se fosse vuota o carica,
gli si avvicinò, insieme a Brandimarte
ed al cognato Oliviero, a bordo di una piccola barca.
Dopo essersi introdotto nella sottocoperta,
scoprì che era di fatto completamente priva di equipaggio:
vi trovò all'interno solo il buon destriero Frontino,
insieme all'armatura ed alla spada di Ruggiero;
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il quale ebbe così tanta fretta di mettersi in salvo,
da non avere neanche il tempo di prendere con sé la spada.
Il paladino Orlando la riconobbe subito, quella spada che fu
chiamata Balisarda, e che era già stata sua in passato.
So che avete letto tutta la storia
di come Orlando la sottrasse a Falerina, quando
le distrusse anche il suo giardino tanto bello,
e di come a lui la rubò poi Brunello;
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e come poi sotto il monte di Carena
Brunello la donò a titolo gratuito a Ruggiero.
Di che fattura fosse la sua lama ed il suo dorso,
lui ne aveva già avuta una chiara esperienza.
mi riferisco ad Orlando: e per questo motivo provò grande gioia
per quel ritrovamento, e ringraziò di questo il supremo trono, Dio;
e credette (e lo disse spesso in giro dopo) che fu Dio
a mandargliele per aiutarlo in un così grande momento di bisogno:
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ad un così grande bisogno, come in effetti era, dovendo
venire a duello con il signore di Sericana, re Gradasso;
il quale, oltre ad essere un guerriero di immenso valore, era anche
in possesso, come Orlando sapeva, del cavallo Baiardo e della spada
Durindana. L'armatura invece, non conoscendola,
non la ritenne un oggetto di così tanto valore,
come invece l'aveva tanto apprezzata chi l'aveva provata
perché sì buona, ma soprattuto ricca e bella.
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E perché gli servivano a poco le
armature (essendo invulnerabile per incantesimo),
fu contento che ad averla fosse Oliviero;
ma non la spada, che si mise infatti al fianco:
a Brandimarte consegnò quindi il cavallo Frontino.
Volle che in quel modo fosse equamente diviso e consegnato
a ciascuno dei suoi due compagni
il bottino che avevano trovato insieme.
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Per il giorno della battaglia ogni guerriero
vuole avere indosso una veste nuova e riccamente ornata.
Orlando fa ricamare nella sua insegna
l'alta torre di Babele colpita dal filmine divino.
Oliviero vuole che gli venga ricamato un cane d'argento (fedeltà e
purezza d'animo) sdraiato a terra e con il guinzaglio sul dorso,
con una scritta che dica: "Fintanto che non arriva (la preda)"
e vuole che la veste sia d'oro e degna del suo valore.
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Brandimarte si propose, nel giorno
della battaglia, per amore del padre morto,
ed anche per onorarne la memoria, di non presentarsi vestito
se non con una sopraveste scura e nera.
Fiordiligi la fece con un ornamento tutt'intorno
tanto bello e grazioso quanto lei era in grado fare.
L'ornamento era intessuto di ricche gemme:
tutto il resto era realizzato con un semplice tessuto nero.
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La donna realizzò a mano le sopravesti
degne di accompagnarsi con le armi più preziose,
con le quali il cavalliere doveva coprire la propria armatura,
ed anche la groppa, il petto e la criniera del cavallo.
Ma il giorno in cui iniziò questa sua opera,
e andando avanti fino al giorno in cui la completò,
ed anche dopo, mai un accenno di sorriso
poté fare, o poté fare trasparire contentezza sul suo viso.
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Ha sempre timore nel profondo del suo cuore, sempre
angoscia che le venga tolto il suo Brandimarte.
L'ha già visto coinvolto in cento diversi luoghi
ed in cento diverse grandi e pericolose battaglie;
ma mai, come in quel momento, una simile paura
le congelò il sangue e le fece impallidire il volto:
e questa stessa novità di provare paura
le fa tremare ancora di più il cuore.
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Dopo che si sono armati ed attrezzati di tutto punto,
i cavallieri alzano le vele al vento.
Astolfo e Sansonetto rimangono a Biserta al comando
del grande esercito cristiano.
Fiordiligi, con il cuore trafitto dal dolore,
riempiendo il cielo di preghiere e di lamenti,
fintanto che la riesce a seguire con lo sguardo,
fissa le vele andare in quel profondo mare lontano.
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Con grande fatica Astolfo e Sansonetto
riuscirono a farle smettere di fissare le onde,
e la riportarono al palazzo, dove su un letto
la lasciarono angosciata e tutta tremante.
Un vento favorevole conduceva intanto la bella e scelta
compagnia composta da quei tre valorosi cavallieri.
La nave andò dritta fino all'isoletta,
là dove dove doveva avere luogo quel conflitto tanto importante.
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Scensi sulla spiaggia, Orlando, il cavalliere di Anglante,
suo cognato Oliviero e Brandimarte,
occuparono per primi con la loro tenda il lato ad Oriente; ma
lo fecero senza una precisa intenzione (avrebbero avuto il sole
alle spalle). Lo stesso giorno giunse anche Agramante,
e si accampò sul lato opposto, ad Occidente;
ma dal momento che l'ora era già troppo tarda,
rimandarono la battaglia all'alba del nuovo giorno.
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Da entrambe le parti, sino a che non giunge la nuova luce,
i servitori armati stanno di guardia.
La sera Brandimarte va
là dove i saraceni hanno alloggio,
e parla, con il permesso di Orlando,
al re africano; perché erano stati amici in passato;
e Brandimarte sotto la bandiera
del re Agramante era arrivato in Francia.
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Dopo i saluti e le strette di mano,
il cavalliere cristiano disse molte ragioni, molti motivi,
al re pagano, così come fa un amico,
del perché era meglio che non si arrivasse a quella battaglia:
e di consegnargli nelle mani ogni città che si trova
tra il Nilo ed il limite fissato dalle colonne d'Ercole,
gli sarebbe stato offerto per volontà di Orlando, se solo era
disposto a battezzarsi, a credere in Cristo, figlio di Maria.
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"Perché vi ho amato sempre ed ancora vi amo molto,
vi dono questo consiglio (gli diceva Brandimarte);
e dal momento che, signore, io stesso l'ho seguito (essendo
battezzato), potete ben credere che lo ritengo buono.
Cristo ho riconosciuto come vero Dio, non Maometto;
e desidero mettere anche voi sulla via dove sono io:
sulla via della salvezza, signore, desidero
che voi stiate con me e con tutti gli altri che amo.
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A questo si riduce il vostro bene; nessuna altra decisione
potete prendere che possa darvi beneficio;
e meno di qualunque altra, vi può giovare la decisone
di affrontare in battaglia Orlando;
dato che il guadagno ottenuto dalla vittoria non
è paragonabile al pericolo più grande della morte.
Se voi vincete potete ottenere poco;
ma se invece perdete non perdete poca cosa.
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Quand'anche uccidiate Orlando, e noi due
venuti qui per morire o vincere insieme a lui,
non vedo come sia quindi possibile che i domini
perduti possano essere da voi riacquistati.
Non dovete assolutamente credere che possa tanto cambiare
la situazione, una volta che siamo morti noi,
e che a Carlo manchino gli uomini da disporre
per sorvegliare fino all'ultima torre del vostro regno."
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Brandimarte parlava in questo modo, ed era
anche sul punto di aggiungere molte altre cose;
ma fu interrotto dal pagano, che con voce piena d'ira
e con faccia altezzosa, rispose:
"La tua è di certo imprudenza e pazzia pura,
tua e di chiunque si è mai messo
a consigliare una cosa buona o ingiusta,
quando non è stato invitato a dare consiglio.
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Ed al consiglio che mi dai, sia anche
che mia hai voluto e mi vuoi ancora bene,
io non so, a dire il vero, come possa credere,
dal momento che ti vedo ora qui insieme ad Orlando.
Sono invece convinto che, vedendoti preda
del demonio, di quel serpente che divora tutte le anime,
desideri invece portare con te nell'eterno dolore
dell'inferno tutto il mondo.
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Che io vinca o che perda, che io debba tornare
nel mio antico regno o esserne invece per sempre escluso,
Dio lo ha già stabilito nella sua mente,
che né io, né tu, né Orlando possiamo vedere.
Accada quel che vuoi, non potrò mai lasciarmi piegare
ad una azione non degna di un re da una vergognosa paura.
Se io fossi certo di morire, voglio prima
essere morto, che fare un torto alla mia stirpe.
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Ora puoi anche tornare da dove sei venuto; perché se
domani non ti presenti sul campo di battaglia armato meglio,
di quanto oggi mi sei sembrato un oratore male armato,
scoprirai quanto Orlando sia male accompagnato."
Queste ultime parole uscirono fuori dal petto
di re Agramante acceso d'ira.
Ognuno ritornò al suo accampamento e si riposò,
finché dal mare non spuntò il sole ed arrivò il nuovo giorno.
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Nella prima luce dell'alba si armarono di tutto punto,
ed in un istante furono tutti a cavallo.
Si rivolsero poche parole:
non ci fu nessun indugio, non ci fu nessun intervallo,
a fare abbassare le loro spade e le loro lancie.
Ma si sembra, Signor Ippolito, di fare un grosso torto,
se, nel voler raccontare le loro vicende, lasciassi
troppo tempo nel mare Ruggiero, con il rischio che affoghi.




