Ludovico Ariosto
Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia nel 1474, primo di dieci figli, da Niccolò e Daria Malaguzzi Valeri. All’età di dieci anni si trasferì con la famiglia a Ferrara, dove il padre era stato nominato tesoriere generale delle truppe (successivamente divenne capo dell’amministrazione comunale). Qui venne indirizzato dal padre agli studi giuridici (dal 1489 al 1493) e solo dopo cinque anni ebbe il permesso di volgersi ai prediletti studi letterari, in particolare alla lingua e letteratura latina, sotto la guida del monaco agostiniano Gregorio da Spoleto.
Al servizio di Ippolito d’Este. Ben presto, però, Ariosto si troverà a dover conciliare la naturale propensione letteraria con incombenze pratiche pressanti e faticose: la morte del padre, infatti, lo costrinse a dedicarsi alla cura del patrimonio familiare, piuttosto dissestato, e al sostentamento dei numerosi fratelli. E per questo, dopo aver assunto, come stipendiato di corte, un primo modesto incarico, nel 1502 Ariosto accettò il capitanato della rocca di Canossa. Infine, l’anno successivo, entrò al servizio del cardinale Ippolito d’Este, figlio del duca Ercole I. Lo stesso anno prese gli ordini minori, che gli valsero alcuni benefici ecclesiastici.
L’attività diplomatica. Negli anni 1506-1515 si intensificarono le sue responsabilità di funzionario di corte, caratterizzate da un’intensa attività diplomatica a cui si accompagnò un’altrettanto intensa produzione letteraria: intorno al 1506, Ariosto avviò la stesura dell’Orlando Furioso, e nel gennaio 1507, a Mantova, raccontò la trama del poema a Isabella d’Este Gonzaga. Da allora in poi egli si dedicherà costantemente al poema, delineando, come ha notato il critico Lanfranco Caretti, «una carriera artistica con un solo libro al centro, impostato ed elaborato, corretto e ricorretto senza soste per trent’anni, non abbandonato definitivamente neppure sulle soglie della morte».
La relazione con Alessandra Benucci Strozzi. Nello stesso periodo lo troviamo impegnato nell’attività teatrale di corte con la composizione e la messa in scena di due commedie in prosa: la Cassaria e I Suppositi. Dopo l’elezione di Leone X (Giovanni de’ Medici), legato al poeta e alla corte ferrarese da rapporti amichevoli, Ariosto si recò a Roma, nel 1513, con Alfonso e Ippolito, per rendere omaggio al nuovo pontefice e con la speranza, andata presto delusa, di ottenere una importante carica ecclesiastica, forse vescovile. Nel giugno dello stesso anno, nel corso di un soggiorno a Firenze, dichiarò il suo amore ad Alessandra Benucci Strozzi, già più volte incontrata e ammirata a Ferrara, e diede inizio a una relazione sentimentale che durò per tutta la vita. La donna, dopo la morte del marito nel 1515, si trasferì a Ferrara, ma il poeta la sposò solo nel 1527, in segreto, affinché potessero mantenere lui i benefici ecclesiastici e lei la tutela delle figlie e la rendita dei beni del marito.
Alle dipendenze del duca Alfonso. Nel 1516 Ariosto pubblicò la prima edizione del Furioso in quaranta canti. L’anno successivo si rifiutò di seguire in Ungheria il cardinale Ippolito, nominato vescovo di Agria, per non trascurare gli studi e per non troncare i legami d’affetto con Alessandra e i familiari. A questi anni risale la composizione delle Satire (1517-1525), una sorta di «autobiografia morale» del poeta. Nel 1518 Ariosto passò alle dipendenze del duca Alfonso e riprese la sua attività di commediografo con la commedia in versi intitolata I Studenti (rimasta incompiuta) e, nel 1520, con Il Negromante. L’anno dopo pubblicò la seconda edizione del Furioso, anch’essa in quaranta canti, con lievi correzioni linguistiche e stilistiche.
Governatore in Garfagnana. Nel 1522 si stabilì a Castelnuovo in Garfagnana, dove fu inviato per ricoprire l’incarico di governatore; vi restò tre anni, dovendo fronteggiare situazioni assai spinose, a causa del brigantaggio e della turbolenza dei signorotti locali; a quanto sembra riuscì a svolgere il suo incarico con equilibrio e fermezza, mostrandosi tutt’altro che inetto agli affari pratici e politici; ma la sua indole gli faceva rimpiangere la vita ferrarese, più ritirata e tranquilla («Io ’l confesso ingenuamente, ch’io non sono uomo da governare altri uomini»).
Gli ultimi anni a Ferrara. Lasciata la «fossa profonda» della Garfagnana nel 1525, tornato a Ferrara, Ariosto acquistò una casa in contrada Mirasole (oggi via Ariosto), sulla cui facciata un’iscrizione, citando Orazio, recitava: «Parva sed apta mihi» (“Piccola ma adatta a me”); qui trascorse serenamente i restanti anni della sua vita, confortato dall’affetto di Alessandra Benucci e del figlio Virginio (nato da una relazione precedente). Ormai in grado di vivere di rendita, Ariosto poté finalmente dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria e in particolare alla produzione drammaturgica e alla revisione del suo capolavoro. Nel 1528 scrisse la sua commedia migliore, la Lena, e nello stesso periodo riscrisse in endecasillabi sdruccioli la Cassaria (1528) e i Suppositi (1531). Nel 1532, dopo un decennale lavoro di revisione linguistica, stilistica e di ricomposizione strutturale, pubblicò la terza e ultima redazione del Furioso, in quarantasei canti con l’aggiunta di nuovi episodi.
Il 6 luglio 1533 Ariosto si spense per una enterite. Fu sepolto nella chiesa di San Benedetto e, nel 1801, le sue spoglie furono traslate nella sala maggiore della Biblioteca Ariostea di Ferrara.
Dimensione fantastica e conoscenza del reale
Ariosto e le contraddizioni del rinascimento. Ludovico Ariosto e il suo Orlando furioso sono stati tradizionalmente riconosciuti come l’autore e l’opera più rappresentativi della cultura umanistico-rinascimentale, cultura che a lungo la critica ha interpretato alla luce delle categorie di armonia e razionalità, individuandone il nucleo essenziale in una perfetta consonanza fra uomo e mondo. Francesco De Sanctis, ad esempio, ha visto nella «bonomia» il tratto più caratteristico dell’animo ariostesco e Benedetto Croce ha individuato nell’«armonia» la qualità principale del poema. In questa impostazione critica l’immagine di un Ariosto soddisfatto e pacificato si concilia con quella di portavoce di un mondo in ultima analisi felice e concorde.
In realtà, l’intera civiltà rinascimentale andrebbe riconsiderata come un’epoca di conflitti e di ambivalenze ed è un dato di fatto che il suo tentativo di accordare il divino con l’umano si è svolto tra dubbi e incertezze anche irrisolvibili. In ogni caso, poi, è difficile pensare che un periodo così tormentato per la storia politica e civile della Penisola non abbia lasciato tracce nel poeta più sensibile e moderno della sua epoca.
La critica più recente ha in effetti ridimensionato l’immagine di Ariosto come uomo pacificato e soddisfatto di sé, capace di guardare il mondo con atteggiamento sorridente e indulgente, e quella di Orlando furioso come un’opera costruita sul concetto di armonia: come l’animo del poeta è spesso tormentato e inquieto, così anche il poema è segnato di frequente dall’irruzione della disarmonia, della trasgressione, del lato oscuro di situazioni e personaggi. Bisogna dunque riconoscere ad Ariosto e alla sua opera, come del resto accade per tutti i classici, una complessità e una ricchezza che difficilmente si lasciano definire ed etichettare in modo certo; quello che conta è però notare come i valori più profondi dell’umanesimo, il laicismo, la tolleranza, la disponibilità ad accogliere la diversità come ricchezza, in sintesi una visione terrena e umana dell’esistenza, siano alla base di tutte le opere ariostesche.
L’interpretazione originale dei modelli. Come si è detto nel profilo biografico, Ariosto ha concentrato tutte le proprie forze sul suo capolavoro, ma questo non significa che le opere cosiddette «minori» vadano davvero considerate come tali; soprattutto, è opportuno rilevare come, anche quando si cimenta nella scrittura teatrale o in quella lirica, l’autore del Furioso sia sempre presente tra le righe e sempre di più la critica, in tempi recenti, ha sottolineato la novità delle commedie o delle Rime ariostesche come opere che rinnovano profondamente e in modo assolutamente originale i modelli cui si rifanno. Le Satire, poi, sono un’opera di grandissimo valore, quasi un completamento del poema, con cui presentano forti analogie tematiche e stilistiche; in un certo senso, si può dire che l’autobiografismo delle Satire, e quindi il loro realismo, sia l’altra faccia della dimensione fantastica dominante nel Furioso e non è certo un caso che le prime contengano degli inserti narrativi, il secondo delle frequenti riflessioni che prendono le mosse da riferimenti autobiografici.
Il realismo di Ariosto. Ariosto è un grande osservatore della realtà e questo è evidente in tutte le sue opere, sia che parli della propria esperienza d’amore, come avviene nelle Rime, sia che inserisca nelle sue commedie personaggi e vicende della Ferrara contemporanea, sia che ritragga con un’ironia impietosa i vuoti rituali cortigiani in cui si ritrova suo malgrado coinvolto, come accade nelle Satire. Tale costante esercizio realistico, del realismo più autentico e più fecondo perché mira a cogliere gli aspetti immutabili dell’animo umano, si ritrova nel poema maggiore ed è tanto più mirabile perché applicato alla pura invenzione fantastica, a personaggi volutamente poco «credibili» in quanto poco elaborati sul piano psicologico. I tanti personaggi di Orlando furioso sono dei «tipi», nessuno di loro è realmente il protagonista del poema, perché è l’intera umanità a esserlo; eppure le loro vicende così fantastiche ci sembrano vicinissime, le loro imprese straordinarie ci appaiono ordinarie, la geografia fantastica e simbolica del poema appare più vera di quella reale. Davvero, come dice il poeta nella Satira III, per conoscere il mondo basta viaggiare con la fantasia, se essa è costantemente nutrita dall’analisi (e dall’autoanalisi) di tutto ciò che la quotidianità ci svela del carattere umano.
Accanto a questa dimensione realistica va sottolineato il classicismo ariostesco, anch’esso profondamente originale, anche se strettamente legato alla cultura del suo tempo. La lettura dei classici, da Catullo e Properzio per le Rime, a Plauto e Terenzio per le commedie fino al prediletto Orazio, modello per le Satire e a Omero, Virgilio e Ovidio, che hanno tra le fonti del Furioso un posto fondamentale, si ritrova come una costante in tutta l’opera ariostesca. Si tratta, anche in questo caso, del classicismo più autenticamente umanistico, dell’atteggiamento per cui il classico viene concepito come un fratello maggiore con cui gareggiare, cioè da reinventare secondo la propria sensibilità, dopo averlo profondamente assorbito. Un discorso analogo vale per i grandi classici del Trecento italiano: Dante riceve da Ariosto dei tributi continui, dalla scelta della terzina come metro delle Satire, all’omaggio contenuto nel primo verso del Furioso, che riprende un verso del Purgatorio; Petrarca offre a sua volta immagini e stilemi non solo alla lirica amorosa, ma anche al poema maggiore e anche la lezione del realismo boccacciano si ritrova nel teatro o in certe parti del poema, per esempio nelle lunghe novelle che vengono narrate da alcuni personaggi.
Il classicismo di Ariosto
In questo quadro, l’adesione di Ariosto alle teorie di Bembo , che spinge il poeta a compiere una revisione linguistica del poema in senso petrarchista, non va certo letta come una tardiva scoperta di una dimensione più classica della scrittura, quanto come una consapevole volontà di fare uscire il poema da un ambito locale per fargli assumere un respiro e una notorietà a livello nazionale.
Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano
Ultimo aggiornamento (Sabato 09 Aprile 2011 13:21)




