Uno, nessuno e centomila

Introduzione a Uno Nessuno e Centomila

'Uno, nessuno e centomila' è l'ultimo in ordine di tempo ed uno dei romanzi più famosi di Luigi Pirandello.
Iniziato già nel 1909, divenne pubblico solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, ed infine in un unico volume.
Il romanzo riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo. L'autore stesso, in una lettera autobiografica, definisce quest'opera come il romanzo "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita". La lunga gestazione dell'opera potrebbe far pensare che essa sia frammentaria e disorganizzata, essa può essere in realtà considerata come l'apice della carriera dell'autore e della sua tensione narrativa.
Il protagonista Vitangelo Moscarda può essere infatti considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente il più pieno di consapevolezza del mondo. Dal punto di vista formale, stilistico, si può vedere anche la forte inclinazione dello scrittore verso il monologo dell'uomo, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, che è senza dubbio di portata universale.

Il titolo dell'opera è un'ottima chiave di lettura per comprendere il senso del romanzo fino in fondo. Quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno) a sentirsi un nulla, (Nessuno), per poi accrescere la consapevolezza delle svariate immagini di sé che l'individuo assume nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo, la realtà perde la sua oggettività, la visione dell'uno, e si sgretola nell'infinito vortice del relativismo, la visione dei centomila.
Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, il protagonista viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina.
Vitangelo Moscarda è il "forestiere della vita", colui che ha capito che le persone sono "schiave" degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne può essere completamente libero: il fatto che la gente l'abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui, è possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un'opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell'io, la sua completa annientazione, perché esso si dissolve completamente nella natura.
Pieno di significati è anche il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un'epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 31 Marzo 2010 20:00)

 

Riassunto di Uno Nessuno e Centomila

Il protagonista di questa vicenda , Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita affidando a due fidi collaboratori la gestione dell'impresa. Un giorno, in seguito alla rivelazione da parte della moglie di un suo difetto fisico (il naso leggermente storto), il protagonista inizia a scoprire che le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona completamente diversa da quella che lui ha di sé.

La consapevolezza di essere presente in centomila forme differenti nelle persone che lo circondano, accende in lui il forte desiderio di distruggere queste forme a lui estranee, con l'obiettivo di scoprire e fare emergere il vero io. Vitangelo inizia quindi ad agire con il fine di strappare queste immagini sbagliate che le persone hanno di lui, iniziando con la moglie e con il suo Gengè (il nomignolo con cui la donna lo chiama ed a cui ella affida l'immagine del marito).
Il suo primo obiettivo è quindi ciò che lui non è, e nel tentativo di distruggere queste errate convinzioni, vuole aprire la strada per la scoperta di ciò che è. La difficoltà però sta nel conoscere sé stesso, la vera essenza di sé. Vitangelo Moscarda tenta di sorprenderla in un attimo in cui si affaccia sulla realtà, ma nel momento in cui inizia a prenderne consapevolezza la fa scomparire. Emerge quindi l'impossibilità a conoscere l'io profondo, l'essenza stessa di sé.

Il protagonista arriva così alla follia, che non è considerata in modo negativo da Pirandello, ma è considerata come un momento in cui, sospesi tutti i comportamenti prima automatici, la facoltà percettiva riesce ad allargarsi ed a vedere il mondo con "altri occhi", perché finalmente libera dalle regole consuete.
Inizia così la serie delle pazzie del Moscarda. Prima sfratta un povero squilibrato, Marco di Dio, dalla catapecchia che persino il padre usuraio, per pietà, gli aveva concesso gratuitamente, e in tal modo suscita l'esecrazione di tutta la città. Poi, con un improvviso colpo di scena, rivela alla folla indignata, accorsa per assistere allo sfratto, di aver donato un'altra casa migliore a di Dio. In seguito impone agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo. A questo punto i due amministratori, la moglie e il suocero, congiurano per farlo interdire. Viene avvertito di questo da Anna Rosa, un'amica di Dida. Il protagonista però, rivelando alla donna tutte le sue considerazioni sull'inconsistenza della persona, sulle forme che gli altri ci impongono, la affascina ma fa anche saltare allo stesso tempo il suo equilibrio psichico. Anna Rossa, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente.
Ne nasce uno scandalo enorme: tutta la città è convinta che tra lui ed Anna Rosa ci sia una relazione colpevole. A Moscarda, consigliato da un sacerdote, non resta che riconoscere tutte le colpe attribuitegli e dimostrare un eroico ravvedimento. Dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, "vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno", come scrive Pirandello.

L'opera finisce con la presentazione della "vera vita", finalmente libera dalle costrizioni, capace di rinascere in ogni attimo. Vitangelo Moscarda conclude che per uscire dalla prigione in cui la vita lo rinchiude, non basta cambiare nome, ma bisogna rifiutare ogni nome, inteso come la rappresentazione della forma di una cosa, la sua parte statica. Proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l'unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 31 Marzo 2010 20:49)

 

Analisi di Uno Nessuno e Centomila

Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all'altro. Tutto ciò che si stacca da questo flusso ed assume forma distinta e individuale, finisce poi per rapprendersi, irrigidirsi e comincia quindi a morire. Così avviene per l'uomo: si distacca dall'universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera ("persona") con la quale si presenta a sé stesso. Non esiste però la sola forma che l'io dà a sé stesso, nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l'io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila» e quindi «nessuno».

Dalla disgregazione dell'io individuale partono in quest’opera le vicende del protagonista, Vitangelo Moscarda. Quando la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni suoi difetti fisici che lui non aveva mai notato, prima fra tutte una leggera pendenza del naso, questi si renderà conto come l'immagine che aveva sempre avuto di sé non corrispondesse in realtà alla figura che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di comprendere appieno questo lato inaccessibile del suo io. Da questo sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la sua follia. La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l'arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e rivelandone l'incoscienza.

Inizia così la serie delle pazzie del Moscarda che lo porteranno infine a vivere come ospite dell'ospizio per mendicanti da lui stesso fondato.

È il fallimento del tentativo del Moscarda di cercare l'evasione attraverso la follia. Nel tentativo di sfuggire alle tante forme impostegli dalla società finirà per dover accettare una nuova, ennesima, maschera: quella dell'adultero, e scontare per essa una pesante e immeritata pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria, una cura alle angosce che lo perseguitavano.
Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l'alienazione completa da sé stesso. Il protagonista rifiuta ogni identità personale ed arriva a rifiutare il suo stesso nome. Si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo, «morendo» e «rinascendo» subito dopo, in ogni attimo, sempre nuovo e senza ricordi. Senza la costrizione di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in ogni cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle forme coatte che essa impone.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 31 Marzo 2010 19:59)

 
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