L’ufficiale Giovanni Drogo, ventunenne e pieno di ambizioni, per il suo primo incarico militare viene assegnato alla Fortezza Bastiani.
Questa, gli venne raccontato dal capitano Ortiz, incontrato lungo il viaggio per raggiungerla, era una Fortezza ormai solo di facciata, poiché doveva controllare il confine a nord, un deserto chiamato dei Tartari perché si diceva ci vivessero i Tartari.
L’impressione che Drogo ha una volta vista la Fortezza non è positiva, in parte perché influenzata dalle confidenze fattegli dal capitano e in parte perché vede una Fortezza piccola, desolata e vecchia nella quale non sente di poter avere la possibilità di fare carriera. Così Giovanni, appena ha l’occasione di parlare con il maggiore Matti, chiede subito di poter essere trasferito altrove, dove poter essere più utile e dove poter avere maggiori possibilità di fare carriera.
Il maggiore si mostra più che comprensivo, non è infatti la prima volta che un nuovo venuto non si voglia fermare alla guarnigione di confine, ma riesce a convincere Giovanni a rimanere nella Fortezza almeno fino alla prossima visita medica obbligatoria, che si sarebbe svolta di lì a 4 mesi; con il suo accordo, l’esito dell’esame sarebbe stato negativo e lui avrebbe potuto essere quindi trasferito altrove.
Con questo stratagemma inoltre la sua carriera non ne avrebbe risentito e il capitano della Fortezza non ne sarebbe rimasto deluso.
Il tempo passa e nel primo periodo Giovanni percepisce nella Fortezza qualcosa di inquietante e di strano, che da un lato lo “spaventa” ma dall’altro lo attrae, e che nemmeno lui riesce bene a definire; passano così i giorni e Drogo piano piano si adatta alla vita della Fortezza, ai sui turni di guardia ed alle sue sue abitudini, che diventano per lui una certezza, un punto fermo.
Durante i 4 mesi in cui attende la fatidica visita medica, due dei suoi compagni finiscono il turno di due anni e mentre uno è più che felice di poter tornare in città, l’altro è deciso a rimanere alla Fortezza nonostante non succeda mai niente e dal deserto non giunga mai nessuno.
Drogo rimane stupito da questo comportamento, ma alla visita medica, quando finalmente ha la possibilità di andarsene da quella guarnigione desolata, ha una visione di “solitarie torri, muraglioni a sghembo coronati di neve, aerei spalti e fortini, che non aveva mai prima notato”, “di soldati grandissimi e fieri sguainare le baionette” e di “una tromba cominciava a suonare”.
Da questa visione Drogo capisce che dal nord, dal settentrione invisibile dietro le mura, preme il suo destino. Ferma così lui stesso il medico dallo scrivere un certificato di non idoneità per finti problemi cardiaci e resta alla fortezza.
Il tempo passa monotono alla Fortezza e Drogo sembra non accorgersi che gli anni migliori della sua vita siano passando senza che nulla accada; lui, come tutti quelli che si fermano alla guarnigione, è convinto che qualcosa debba succedere prima o poi e vive nell’attesa.
Passano circa due anni da quando il tenente è arrivato alla Fortezza e finalmente, una notte come tante altre, quando Drogo è di guardia alla ridotta, si vede in lontananza una macchia nera in movimento.
All’inizio Giovanni e le sue guardie pensano di avere un’allucinazione, ma poi quando comincia a far luce capiscono che quello che avanza verso le mura è un bellissimo cavallo nero sellato.
È solo un cavallo, ma Giovanni e il sergente maggiore Tronk capiscono che dietro all’animale si cela un altro messaggio. Non è infatti un cavallo selvaggio, è sellato e quindi qualcuno ne è il proprietario: pensano che sia dei Tartari.
Un soldato, Lazzari, è invece convinto che sia il suo e durante il cambio di turno della guardia esce dalla Fortezza, violando il regolamento, e recupera il cavallo.
Si accorge però in quel momento che non è il suo e si rende conto di essere probabilmente destinato ad una punizione, per quella sua condotta, al ritorno nella Fortezza. Non si ricorda però che per rientrare alla Fortezza è necessaria la parola d’ordine e che lui non la può sapere, perché viene detta solo agli ufficiali e non ai soldati semplici.
A meno di 100 metri dalla guarnigione, limite di sicurezza superato il quale la guardia ha l’obbligo di sparare a chi non sa la parola d’ordine, nonostante i soldati si conoscano tutti personalmente, il tiratore di turno pur avendo riconosciuto Lazzari è tenuto a seguire il ferreo regolamento e lo fa sparandogli in fronte e uccidendolo.
L’alba seguente sulla pianura settentrionale i soldati della Fortezza vedono una piccola striscia nera che avanza lentamente.
Tutti si aspettano che il comandante Filimore dia l’allarme, ma egli tentenna perché non crede sia possibile che finalmente, dopo una vita spesa ad aspettare la battaglia, possa essere davvero giunto il suo momento.
Pensa che debba esserci un madornale errore e rimane inerte, ma intanto la fila di soldati avanza e si fa sempre più vicina alle mura.
Quando riesce a convincersi della imminente battaglia e sta per dare l’allarme, un ufficiale dei dragoni però lo ferma; porta un messaggio dalla città, da parte di Sua Eccellenza il capo di Stato Maggiore. Nella lettera viene spiegato che la fila di soldati avvistati sono reparti dello Stato del nord incaricati di stabilire la linea di confine in un punto sulle montagne non ancora definito. L’incarico è quindi quello di cercare di delineare i confini più in là possibile, anche se ormai loro della Fortezza sono in ritardo rispetto a quelli del nord.
C’è così grande delusione da parte del comandante Filimore e dei suoi soldati che si erano molto eccitati all’idea di poter combattere veramente una guerra.
La mattina seguente organizzano una spedizione con a capo il colonnello Monti e il sergente Angustina, per assolvere il nuovo incarico.
La spedizione si dirige verso la cima nord della montagna e dopo ore di cammino, quando ormai si è avvicina la sera, si accorge che non può arrivare in cima prima dei reparti del nord.
Il colonnello Monti e 4 dei soldati più veloci cercano allora da soli di raggiungere la vetta, mentre il resto del gruppo li segue con passo più lento.
Il piccolo gruppo è però costretto a fermarsi a pochi metri dalla vetta poiché un’alta roccia non gli permette il passaggio. Comunque la vetta è stata raggiunta prima dai battaglioni dello Stato del nord e per non perdere la faccia di fronte al proprio capitano Filimore e ai loro “rivali”, decidono di non tornare indietro, nonostante il freddo e l'imminente nevicata, ma di fermarsi lì dove sono arrivati ed inscenare una commedia facendo finta di giocare a carte.
Monti si presta al gioco per qualche tempo insieme al sergente Angustina, poi si stanca e rimane solo il sergente a continuare la farsa. Il freddo è molto e Angustina per qualche suo strano motivo è fermo nella sua decisione di rimanere esposto alle intemperie; troppo a lungo però ed oltre il limite umano di sopportazione: il gelo lo coglie e il sergente muore congelato.
Il tempo continua a scorrere inesorabile senza che nulla accada. Drogo si decide a chiedere il trasferimento in città, ma quando lo fa è troppo tardi perché molti altri suoi colleghi, avendo saputo prima di lui che alla Fortezza ci sarebbe stata una riduzione di organico, hanno fatto domanda di trasferimento e si sono guadagnati così la precedenza.
Giovanni si risente del fatto che gli altri gli abbiano tenuto segreta la faccenda, ma la rabbia svanisce presto e non si ribella, anzi è quasi sollevato dal fatto che non debba affrontare cambiamenti e poi sente sempre viva la possibilità che dal deserto dei Tartari possa arrivare il nemico, e lui non vuole perdere la possibilità di esserci.
Una volta partite tutte le carovane dei trasferiti, il tenente Simeoni si avvicina a Drogo e gli mostra la scoperta fatta recentemente su un piccolo gruppo di punti neri che si vedono a nord, nel deserto dei Tartari.
La speranza di una guerra si riaccende in Giovanni, anche se lui nega e cerca altre soluzioni più logiche al fatto che quei punti si muovano verso la Fortezza e sembrino costruire una strada, anche se molto lentamente.
Le poche volte che i due ne parlano con gli altri della guarnigione vengono derisi, così Simeoni e Drogo finiscono per essere gli unici a crederci e a continuare a osservare con il cannocchiale del tenente quei punti così lontani.
Un giorno il comunicato dell’ordine del giorno dice che l’uso di strumenti non della Fortezza sia proibito, ed viene anche scoraggiato il tentativo di parlare di nemici che vengono dal nord, poiché mette agitazione tra i soldati e potrebbe inasprire i rapporti con quelli del nord.
Simeoni si conforma subito alle nuove disposizioni tanto che consegna il suo cannocchiale al comandante ed evita di parlare con Drogo, anzi quando lo incontra nega tutto quello che aveva detto in precedenza, rigirandolo come uno scherzo.
Resta quindi solo Giovanni a credere che quei punti si stiano avvicinando e stiano costruendo una strada e continua ad osservare. Ed effettivamente quei puntini si avvicinano ed è oramai evidente che stanno costruendo una strada. Ci impiegheranno 15 anni per terminarla.
Finita la strada Drogo si aspetta che arrivino i carri armati ma invece non succede più niente.
Il tempo continua a passare, Drogo invecchia, i suoi compagni Ortiz e Matti vanno in pensione e nuovi tenenti arrivano a dare il cambio.
Drogo non è più tenente, come tutti i veterani è salito di grado diventando maggiore in seconda e continua ad aspettare.
Raggiunti oramai i 54 anni comincia a sentire gli acciacchi della vecchiaia, ha problemi al fegato e ora, oltre alla speranza della guerra, ha anche la speranza della guarigione.
Proprio quando la sua salute non è buona, dopo una vita di attesa, di aspettativa per qualcosa di grande, arrivano finalmente i nemici dal nord, dal deserto dei Tartari; ma lui non è più in grado di comandare.
Non riesce a stare in piedi, ha sempre mancamenti e così Simeoni, contro il volere di Drogo, fa chiamare una carrozza per trasportarlo in città dove potrà curarsi, e poi così, con la sua partenza, viene liberata anche una camera dove potranno dormire i soldati mandati come rinforzo per la guerra.
Drogo che si era tanto eccitato all’idea di poter partecipare alla guerra tanto agognata, è arrabbiato, deluso e triste, ma non può far altro che conformarsi agli ordini del suo superiore anche perchè non ha nemmeno la forza per reagire, tanto è malato.
L'opera di Buzzati termina quindi descrivendo le riflessioni di Drogo sulla propria esistenza che passano dalla desolazione, all'assoluta tristezza e mortificazione per la consapevolezza di avere aspettato invano per tutta una vita, ad un ritrovato orgoglio e coraggio nell’affrontare la morte nel suo stato, solo al mondo, senza amici, figli e senza aver lasciato nessun segno.
Pensa infatti che ci voglia molta più forza nell’affrontare la fine nella sua condizione piuttosto che incontrare la morte in battaglia o circondato da persone che ti vogliono bene.
Con questi pensieri, Giovanni Drogo muore in una locanda nel cuore della notte e con un sorriso che gli aleggia in volto.