Le infinite possibilità del vetro nell’arte di Archimede Seguso


Archimede Seguso - ElefanteA Venezia in piazza San Marco, entrando nel negozio di Archimede Seguso si resta abbagliati dallo splendore delle originali e inconfondibili opere in vetro: complementi d’arredo, lampade, bijoux, articoli regalo, oggetti in vetro.. Qui però si può avere una visione solo parziale dell’intera produzione del grande maestro vetraio, scomparso nel 1999 a novant’anni, che ha dedicato la sua vita alle creazioni oggi esposte nei musei di tutto il mondo. Indelebile per chi l’ha conosciuto il ricordo di quest’uomo schivo, geniale e modesto con una smodata passione per la lavorazione artistica del vetro. Una vita semplice e laboriosa nella quale Archimede Seguso dimostrò da subito una inusuale padronanza di tutte le tecniche ereditando dai suoi avi la tradizione vetraria iniziata nel 1300 a Murano.

Oggi tra le vetrerie di Murano, quella fondata da Archimede Seguso è un gioiello nel mondo del vetro a Venezia: è condotta dal figlio Gino e dal nipote Antonio, e perpetua lo spirito di Archimede. “Andare nella fornace è eccitante perché adoro lavorare col vetro e trovare le sue possibilità”, così diceva il maestro dell’antica arte dei soffiatori veneziani. Abilissimo nel lavoro a lume e in fornace, poco più che ventenne diventa un ottimo maestro, distinguendosi anche con la lavorazione del vetro pesante, appena nata. Poco dopo diventa “maestro di prima piazza”, fin d’allora l’uomo di riferimento in fornace.

Sviluppa la sua innata capacità nella scultura massiccia, eseguendo opere che sono presentate alle Biennali di Venezia d’anteguerra. Si possono ricordare gli animali, la figura a tutto tondo del pugile “Primo Carnera” del 1934, il ritratto della futura moglie del 1937 e gli spessi “vetri sommersi bulicanti” o profusi d’oro, corrosi o iridescenti come “Lo zodiaco” del 1935. Finché nel 1946 fonda il suo atelier, la Vetreria Seguso Archimede: in questo periodo conquista l’Italia, con corpi illuminanti per cinema, teatri, alberghi, chiese, insieme ad Alberto Sciolari che li distribuisce. Crea i “cordonati”, gli “ad anelli” (1948); gli “aghiformi”, gli “opachi oro”, i “nudi in nero e cristallo iridescenti” (1949). Gli anni Cinquanta sono all’insegna della ricerca e dell’innovazione di tecniche della lavorazione del vetro, con i “merletti” (1952) e le “piume” (1956); dello studio del colore, elemento importante e ricorrente nella sua opera, come i “corallo oro”, i “nastro richiamato”, i “zig zag”, le “losanghe”, le “macchie ambra verde”, gli “avorio oro”, i “sommersi”, gli “alabastri”. Nel 1952, con Giuseppe Santomaso, Archimede Seguso elabora una serie di maniglie dai colori vivaci per le porte delle cabine telefoniche, preludio all’opera del grande pannello studiato e costruito per lo Stadio del Ghiaccio di Cortina d’Ampezzo in occasione delle Olimpiadi invernali del 1956.

Archimede Seguso - CuoreDegli anni Sessanta sono i “fili continui” (1962), gli “Aleanti” (1964), i “Colori e le Fasce sovrapposte” (1966), i “Filigrana stellata” e i “Cipolla” (1968). A questo periodo appartengono inoltre i lampadari composti ad elementi, mentre gli “Optical” sono del 1972. Non trascura mai l’antico amore per la scultura a massello: crea opere quali “Testa di donna dormiente”(1971), strettamente collegata all’altorilievo di “Donna dormiente seduta su uno scanno” del 1951, “Il germoglio” e “Doppia eclissi” (1986), “Testa di bimbo”(1972) e “Testa di donne con i capelli al vento”.

Il suo talento è riconosciuto in Italia e nel mondo. A Venezia nel Museo della Basilica di San Marco è custodito il “Cristo deposto”; la chiesa di Santo Stefano conserva una meravigliosa Natività del 1983, e nel 1991 le sue opere sono esposte anche nella mostra “I Vetri di Archimede Seguso” organizzata dal Comune di Venezia, unico caso in cui opere artistiche sono esposte a Palazzo Ducale. Le Biennali di Venezia e le Triennali di Milano ospitano le sue collezioni. Mostre personali dedicate ad Archimede Seguso sono presentate a New York nel 1989 e in Giappone nel 1990.

Ancora oggi nella vetreria, la lavorazione è quella della tradizionale fornace di Murano, manuale e a soffio. Tutti gli oggetti vengono soffiati a bocca, nelle canne di ferro, per dare con lo spessore del vetro l’intensità del colore e la sfumatura. In altre lavorazioni preziose, l’oggetto di vetro è soffuso di pagliuzze dorate. Il massimo della raffinatezza si vede nei suggestivi lavori con i bastoncini di vetro e nelle murrine: Archimede Seguso ha reinventato la filigrana settecentesca, manipolando le canne di vetro fino a farne dei tessuti inimitabili, con i quali ha creato vasi e coppe richiesti dai collezionisti e dai musei più prestigiosi.

Un’idea per chi volesse conoscere le opere di Archimede è la visita al Museo della Vetro di Murano: museovetro.visitmuve.it

Per maggiori informazioni: www.aseguso.com

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